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La Fauna

Le specie animali nel Parco Faunistico di Spormaggiore

Il gatto selvatico

IL CUGINO SELVATICO

Il gatto selvatico (felis silvestris) è uno degli animali più affascinanti, ma meno conosciuti della fauna italiana. E’ un animale quasi misterioso e difficile da avvistare perchè vive solitario nel folto del bosco e caccia prevalentemente al crepuscolo e in ora notturna.
In Italia sono presenti due diverse forme di gatto selvatico da considerare due sottospecie distinte: il gatto selvatico europeo - il cui nome scientifico è Felis silvestris silvestris, presente nell’Italia peninsulare e in Sicilia – e il gatto selvatico sardo – Felis silvestris lybica – presente solo in Sardegna.
Le razze moderne di gatto domestico, secondo la nomenclatura Felis silvestris catus, discendono dalla sottospecie lybica di provenienza nordafricana.
La fortuna del gatto come animale domestico, invece, inizia nel Rinascimento, allorquando si si sviluppano le razze, così come successo per il cane. Nel frattempo, almeno fino a che il territorio della penisola era coperto da estese foreste, i gatti selvatici continuavano la loro vita nascosta e solitaria nel folto delle forre...

L’HABITAT DEL GATTO SELVATICO

Il gatto selvatico è una specie forestale, strettamente legata al bosco perchè vi trova cibo e rifugio, e abbisogna di superfici forestali estese. L’ambiente ideale è rappresentato dai boschi di latifoglie, faggio e castagno, dove gli alberi maturi sono ricchi di cavità che possono offrire riparo e ospitano le tane dei micromammiferi che sono il suo cibo preferito. L’habitat idoneo è rappresentato anche dai boschi di piante termofile - più tipiche degli ambienti caldi o meglio esposti come il leccio e la roverella - e la macchia mediterranea fitta. Una particolare preferenza si manifesta anche per le zone dove sono presenti cavità rocciose che possono servire da tana.
Una superficie boscata estesa ha il ruolo di favorire la dispersione dell’animale e la colonizzazione di nuovi territori e permettere l’attività di ricerca di cibo in condizioni di tranquillità. Per poter mantenere ecologicamente la specie e garantirle una buona distribuzione sul territorio il bosco deve estendersi in modo che sia possibile il passaggio tra una valle e l’altra restando sempre in connessione ecologica.

LA BIOLOGIA DEL GATTO SELVATICO

Il gatto selvatico è, insieme alla lince, il rappresentante italiano della famiglia dei Felidi. E’ un animale solitario e territoriale, il maschio e la femmina vivono isolati, il territorio della femmina è più ridotto di quello del maschio e situato all’interno di questo. Maschio e femmina si contattano soltanto al momento della riproduzione tra gennaio e marzo, in questo caso il maschio “chiama” la femmina con miagolii aspri e ripetuti. L’unico momento di vita sociale è rappresentato dall’allevamento dei piccoli, che viene svolto soltanto dalla femmina.
Il gatto selvatico è un carnivoro obbligato, si nutre cioè soltanto di prede animali vive, cacciate al suolo, che vengono afferrate da dietro fulmineamente con l’aiuto degli artigli e uccise con un colpo alla nuca. Non si nutre di bacche, frutta e altro cibo di origine vegetale perchè non ha gli enzimi digestivi che consentono questa digestione. La dentatura è specializzata per il morso, l’attacco e per lacerare muscoli e tendini, poichè consuma soltanto alimenti privi di scorie l’apparato digerente è il più breve e il più semplice tra tutti i Carnivori. Non manifesta abitudini alimentari opportuniste, come lo spazzinaggio o la necrofagia, cioè non si nutre sui resti di altri animali. Le prede preferite sono rappresentate dai Microtidi e dai Muridi, varie
specie appartenenti ai Micromammiferi, ad esempio il topo selvatico o le arvicole. Queste specie si trovano di preferenza nei boschi di latifoglie, faggeta e boschi misti con castagni e altre essenze vegetali che formano cavità, buchi, tronchi morti; questi ambienti rappresentano l’ambiente di elezione del gatto selvatico anche perchè la vegetazione offre sufficiente riparo. Un ambiente utilizzato è anche quello dove sono presenti cavità rocciose e macchie fitte con alberi e arbusti, dove può stabilire la tana e una serie di luoghi tranquilli utilizzati per il riposo e per il controllo del territorio. Oltre che di Micromammiferi si nutre anche di Uccelli e nidiacei e, più occasionalmente, di Anfibi. Le prede più grandi che può catturare sono della dimensione di una lepre.
Il gatto selvatico è, come tutti i Carnivori, territoriale e necessita di un territorio boscato vasto, esteso per almeno 100 kmq. Nell’areale del maschio si individuano gli areali più ristretti di un paio di femmine.
E’ caratterizzato da un’altissima vagilità che interessa soprattutto i maschi, il territorio viene controllato continuamente e marcato con l’urina e gli escrementi. Le abitudini sono spiccatamente notturne, durante il giorno si riposa nella tana o in siti di vegetazione densa. Inizia a muoversi verso il crepuscolo e rimane in caccia e in perlustrazione fino al cuor della notte, può riposarsi in un luogo protetto per poi riprendere l’attività fino alle prime luci del mattino.
Le dimensioni corporee sono lievemente maggiori di quelle di un grosso gatto domestico, il colore di base è grigio-giallastro con bande bruno-nerastre caratteristiche: tre, a volte quattro, di queste, due laterali più corte e una centrale più lunga, si dipartono dalla nuca e interessano il dorso; sulla coda è situata un’altra serie di bande orizzontali, mediamente tre, di cui l’ultima è più estesa, la parte terminale della coda con la banda nera è tronca e non a punta come quella del gatto domestico. Le bande scure costituiscono il “disegno apparente”, altre striature meno visibili costituiscono il “disegno evanescente”. Nel complesso la tigratura è molto meno evidente che non nel domestico gatto soriano. Distinguere il gatto domestico dal selvatico non è tuttavia facile, anche perchè molti gatti inselvatichiti divenuti ferali presentano un disegno delle macchie che a un occhio inesperto può sembrare ingannevole. Stabilire con esattezza se ci si trova dinnanzi a un selvatico o a un domestico rinselvatichito è molto importante per proteggere l’identità genetica della specie selvatica.

LA DISTRIBUZIONE DEL GATTO SELVATICO IN ITALIA

Il gatto selvatico è una specie autoctona per la nostra penisola, cioè ha sempre fatto parte della fauna italiana. La sua distribuzione attuale è molto particolare:
Gatto selvatico in Italia
Nella penisola italiana l’areale di presenza della specie finora accertato indica come limite estremo settentrionale l’allineamento: valle dell’Arno, valle del Chiani, valle del Tevere, valle Umbra, valle del Topino, valle del Potenza; a sud di esso la distribuzione è incentrata sulla dorsale appenninica, dai Monti Sibillini all’Aspromonte; l’unica isola ecologica accertata è rappresentata dal Gargano; l’areale siciliano occupa la porzione settentrionale dell’isola ad esclusione della punta occidentale.
Nelle Alpi Orientali italiane il gatto selvatico è presente nelle Prealpi Carniche, nelle Alpi Tolmezzine, nelle Prealpi Giulie e nelle Colline Moreniche Friulane.
Nelle Alpi Liguri l’areale non sorpassa il Monte Settepani (Provincia di Savona) e nelle Alpi Marittime non supera lo spartiacque tra l’alto bacino del Tanaro e i bacini dei torrenti Argentina e Arroscia (Provincie di Imperia e Cuneo).
La popolazione di gatto selvatico friulano è in continuità ecologica con la popolazione slovena; la popolazione delle Alpi Liguri e Marittime è, viceversa, molto più isolata perchè non è in contatto con popolazioni confinanti che possano permettere un contatto tra individui ed uno scambio genico.
Quale può essere il motivo della particolare distribuzione del gatto selvatico nell’Italia del nord? Come ricordato più sopra il gatto selvatico è una specie strettamente forestale e abbisogna di aree boscate mature, cioè con alberi d’età che possano assicurare cavità per il riposo e la sosta, ma soprattutto tane dei Micromammiferi, anch’essi specie forestali, che costituiscono il cibo di elezione di questo felide.
Il progressivo disboscamento e l’utilizzo umano sempre più spinto del territorio che si è verificato nell’Italia settentrionale in epoca storica hanno fatto sì che sparissero i grandi boschi planiziali che ricoprivano la Pianura Padana e la porzione mediana delle valli alpine occidentali dove esistono le condizioni ecologiche per la presenza di latifoglie. Con la scomparsa dell’habitat idoneo si è verificata anche la scomparsa delle specie legate al bosco, erbivori e carnivori, che vi abitavano. I lupi e le linci
vengono via via confinati nelle valli alpine in zone sempre più ristrette e si estingueranno nel corso dei secoli XIX e XX a causa dell’intensa persecuzione umana, gli orsi scompaiono molto prima, verso il 1700, anche i gatti selvatici subiscono il medesimo crepuscolo perchè non possono arroccarsi sulle montagne più impervie in quanto non riescono a cacciare in condizioni di forte innevamento non trovandovi le loro prede.
All’inizio del 1800 era ancora presente qualche gatto selvatico in Piemonte, ma le testimonianze tratteda animali naturalizzati giacenti presso i Musei o le collezioni private sono molto rare. Occorre anche ricordare che il gatto selvatico è un animale elusivo e poco noto e caccia prede piccole,l’impatto che esso crea sull’uomo e le attività umane è molto diverso da quello di altri carnivori di differenti mole e abitudini predatorie, come ad esempio il lupo. Le tappe dell’estinzione locale di lupi e linci sulle Alpi occidentali nei secoli XIX° e XX° sono ormai piuttosto documentate: per il loro abbattimento venivano corrisposti “premi” ed è stato ricostruito come le Alpi Marittime abbiano costituito, almeno per i lupi, uno degli ultimi rifugi. I gatti selvatici erano considerati “nocivi” insieme a lontre, martore, volpi, faine, rapaci e venivano abbattuti nel corso di battute di caccia di cui sono rimaste documentazioni scarse e poco dettagliate perchè queste campagne di abbattimento erano considerate normali e quindi non veniva attribuita importanza ai risultati.

LA PROTEZIONE LEGALE DELLA SPECIE


Il gatto selvatico è stato cacciato a lungo ritenendolo un “nocivo” e questo fatto ha giocato un ruolo determinante nella rarefazione dell’animale in alcuni casi e, in altri, nella sua totale scomparsa. L’articolo 4 del Testo Unico sulla caccia n.1016 del 5 giugno 1939 indicava, in un lungo elenco di animali ritenuti nocivi, anche il gatto selvatico e il gatto domestico vagante a 300 m dalle abitazioni. Gli articoli 25 e 26 ne consentivano la cattura e l’uccisione anche in periodo di caccia vietata e si potevano utilizzare mezzi altrimenti proibiti come i lacci, le trappole, le tagliole e i bocconi avvelenati.
Grazie al consolidarsi delle conoscenze in cui veniva rivalutato il ruolo importante che gli animali carnivori rivestono negli equilibri delle popolazioni selvatiche, l’allora Ministero dell’Agricoltura e Foreste con Decreto Ministeriale del 4 maggio 1971 disponeva l’esclusione dall’elenco degli animali nocivi contenuto nel T.U. 1016 di alcune specie, tra cui il gatto selvatico. Questo fatto chiudeva il lungo periodo delle campagne di abbattimento condotte dalle Amministrazioni provinciali della caccia, ma non conferiva ancora alla specie una protezione totale, in quanto ne era consentito l’abbattimento durante la stagione venatoria. La Legge n.968 del 27 dicembre 1977 sulla fauna selvatica e le attività venatorie escludeva completamente l’animale dall’elenco delle specie cacciabili senza precisarne rigidamente la tutela.
Occorre attendere fino al 1992 perchè la nuova disciplina sulla fauna omeoterma e il prelievo venatorio (Legge 11 Febbraio 1992 n.157 Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio) introduca specificamente all’art.2 la specie gatto selvatico nelle “specie oggetto di tutela” di cui è vietato l’abbattimento in modo assoluto e ribadisca all’articolo 21/u il divieto di utilizzare esche o bocconi avvelenati e all’art.30 l’applicazione di sanzioni penali per il  contravventore.

IL FUTURO DEL GATTO SELVATICO

Il gatto selvatico è una specie di grande valore faunistico e questa caratteristica è evidenziata anche nella normativa europea, risulta infatti tra le specie strettamente protette inserite nell’Annesso II alla Convenzione di Berna, l’accordo internazionale per la tutela della vita selvatica in Europa. Identica posizione occupa nella Direttiva Habitat (Direttiva 92/43/CE del Consiglio del 21 Maggio 1992 relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche). E’ iscritto inoltre all’Annesso II della CITES, la Convenzione che regola il commercio delle specie animali protette (e delle pelli e trofei) e nella Lista C2 per i Paesi CEE (Regolamento 3626/82 applicazione del Regolamento CITES nella CEE), questo significa che occorre denunciare il possesso di tutti gli esemplari naturalizzati detenuti. La popolazione ligure del gatto selvatico è isolata e fortemente minacciata di estinzione e ha sofferto di una sicura rarefazione.
In tutt’Italia la contrazione numerica sofferta dalla specie è da attribuire allo sterminio diretto unito ad un’alterazione dell’habitat dovuta al disboscamento e alla diminuzione delle prede, nonchè al disturbo arrecato dalle attività umane. Nelle nostre montagne il fattore umano gioca un ruolo sicuramente più significativo, mentre il fattore ambientale appare essere meno rilevante perchè il territorio montano si presenta ampiamente boscato.
Poichè il gatto selvatico è una specie forestale che necessita di ampi spazi boscati occorre cercare di aumentare la naturalità degli ambienti boscosi, preservandoli dall’eccessivo sfruttamento selvicolturale e mantenendo l’agricoltura tradizionale. Deve essere assicurata la presenza di corridoi faunistici che permettano la dispersione degli animali giovani che vanno a cercare un loro territorio. Bisogna proteggere il bosco dagli incendi che sono eventi traumatici per la maggior parte della fauna e
controllare che i tagli di piante non creino una eccessiva frammentazione nella superficie forestale mantenendo un equilibrio tra piante d’età e piante giovani. Il fattore di disturbo umano gioca un ruolo importante nella rarefazione dell’animale. Occorre migliorare la gestione faunistico-venatoria e attuare campagne di sensibilizzazione dei cacciatori e delle
guardie forestali in modo che siano informati dell’importanza di questa specie animale.
Bisogna ribadire il ruolo che i predatori ricoprono in natura, migliorandone l’immagine ed evidenziando il reale impatto del loro prelievo alimentare sulle popolazioni selvatiche, ricordando che questi animali, proprio perchè sono situati ai vertici delle catene alimentari, vivono su territori estesi con densità molto basse.
Tutte queste azioni devono essere inquadrate in un piano nazionale e locale per la difesa del gatto selvatico.

Tratto da"Il gatto selvatico nelle Alpi liguri" di P. Gavagnin, dicembre 2005
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